Di un fallimento voluto.

Guardo una foto di due amici felici, e mi interrogo. Sono A. e R. Felici. Innamorati. Realizzati. Come dovrei essere io.

 Qualcosa mi sfugge, mi è sempre sfuggito. Rimando solamente il rendermene conto, ma è così. Perché non mi hanno neanche risposto, quelli di Nòva? Quelli di Wired? E se non fosse un caso?

 Ogni tanto ritorna quella triste immagine di una persona cui hanno tarpato le ali. Mio padre volevo che diventassi qualcuno. Non solo non lo sono diventato, ma curo un'immagine di splendido fallito. Un'immagine eterea, illusoria, fatta di blog ufficiali e di resoconti positivi.

 La mia vita potrebbe essere diversa.

 Torna dunque quell'illusione: e se non fosse un caso?

 Se non fosse un semplice caso che non ho trovato una donna adeguata, che non ho un lavoro, che

 E seguendo questo ragionamento, se è vero che c'è "qualcuno" che sta ridendo alle mie spalle (deve essere veramente facile schiacciarmi, sono un inetto), stento a credere che le cose miglioreranno. Anzi.

 Se è così, allora hanno già disegnato come far procedere la mia vita da fallito: dopo un non lavoro, arriva la non ragazza, e la non vita, una depressione ovvia direi, e dopo l'oblio, le persone che capiscono che non ho futuro e che mi inquadrano, in un crescendo di solitudine e frustrazione.

 In tutto questo solo due persone mi amano: F. e T.

 Oltre a mia madre naturalmente. Che però nel gioco perverso di questo racconto aspetta ancora il mio successo.